Il campo comunale di via Impastato

dicembre 11, 2008

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(@2008 google – Immagini @2008 digitalGlobe, Cnes/Spot image, GeoEye)

Il piccolo campo comunale di via Impastato occupa un “vuoto” di forma quadrata tra via Rogoredo, la tangenziale Est – nei pressi dello svincolo per l’autostrada del Sole – e l’anello di prova per i treni del deposito di Rogoredo della Metropolitana 3. 
Il campo è costituito da un piazzale di terra battuta con tre piccole case prefabbricate e alcuni container ed è situato dietro un terrapieno che ne nasconde la vista dalla strada. È occupato interamente dai membri di una stessa famiglia, quella dei Bezzecchi, in tutto una quarantina di persone. Giorgio Bezzecchi, vice-presidente nazionale dell’Opera Nomadi, che ha lavorato 23 anni all’Ufficio nomadi del Comune,  racconta come la sua famiglia si è dovuta trasferire in questo campo comunale cinque anni fa dopo vare vissuto  per ventanni in affitto su un terreno demaniale nelle vicinanze. Secondo Pasquale Maggiore dell’Ufficio nomadi del Comune per la famiglia Bezecchi  essere spostata in un campo comunale anziché pagare l’affitto per il terreno che occupavano costituisce una regressione. Goffredo Bezzecchi, patriarca della famiglia, infatti, aveva scelto di non vivere in un campo nomadi, rifiutando l’assistenzialismo del Comune e questo era un segno di responsabilità e autonomia che avrebbe dovuto essere sostenuto anzichè frustrato.  
Il 6 giugno 2008 all’alba il campo nomadi fu oggetto di un “blitz” della polizia per effettuare il “Censimento dei rom” voluto da valerio Lombardi,  super commissario per i rom con gli ampi poteri previsti dall’ordinanza della Presidenza del Consiglio. Fu il primo e l’ultimo effettuato nei campi autorizzati di rom cittadini italiani, dopo che la vigorosa protesta degli interessati e dell’opinione pubblica mise in evidenza gli aspetti discriminatori e anticostituzionali dell’iniziativa.  

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Giorgio Bezzecchi
Siamo rom harvati, cittadini italiani anche se la mia famiglia è di origine slovena, che vuol dire che fino alla prima guerra mondiale aveva la cittadinanza austriaca e poi abbiamo scelto di essere italiani. Mio nonno, il padre di mio padre, era un militare italiano. È andato in guerra e non è più tornato. Mio padre è stato in campo di concentramento durante il fascismo…  Girava con la giostra ma ha deciso di fermarsi e nel 1966 ha affittato con un regolare contratto un terreno demaniale, in via Bonfadini, nei pressi di quello che è ora il campo comunale dei rom abruzzesi,  su cui ha posizionato delle strutture facilmente rimovibili: prefabbricati, case mobili. Pagavamo un regolare affitto, l’acqua e la luce.  Abbiamo dovuto lasciare l’area perché era interessata a lavori pubblici: doveva passare il Tav, il treno ad alta velocità.  Non volevamo stare nello stesso campo dei rom abruzzesi, che il Comune aveva costruito nel 1987 e abbiamo chiesto un’altra soluzione. Ci hanno dato quest’area di risulta.  L’area non é stata attrezzata e nemmeno pavimentata. L’unico intervento strutturale fatto dal Comune è stato quello di costruire questa montagna alta oltre due metri per nascondere il campo alla vista del quartiere. C’è l’allacciamento all’acqua, alla fogna  e all’elettricità e vengono pagate tutte le utenze, perché ogni famiglia ha un  contratto privato  con l’Enel e l’AEM, cosa che non accade negli altri campi. Abbiamo firmato una specie di contratto  e il Comune ha dato un tot di metri quadri a famiglia e alla casa abbiamo dovuto provvedere noi. Nei campi nomadi c’è il regolamento che vale per il circo e si possono posizionare solo strutture non ancorate a terra, facilmente rimovibili. Questa casa dei miei genitori è un  prefabbricato. Era in via Bonfadini, è stata  divisa in due, caricata e trasportata coi “trasporti eccezionali”. Una casa di questo tipo quando è nuova si può trasportare anche più di una volta, ma quando ha trent’anni come questa, nel trasporto, si rompe…vedete le crepe? L’ho detto anche a mio fratello che ne ha comprata una da poco: se tra quindici anni la devi spostare, si rompe tutta…
Gli altri stanno nei container perché non possono permettersi queste casette, che sono a norma ma costano molto. Se si chiede  ai Rom dove preferirebbero abitare, non si ottiene una risposta univoca. In questo campo, alcuni ragazzi giovani hanno fatto domanda di alloggio popolare; uno o due ha anche occupato abusivamente un alloggio popolare, come molti italiani. Mio padre vuole continuare a vivere in  questo modo, mia sorella anche, l’altro mio fratello anche… Una mattina di giugno alle cinque si sono presentati 70 agenti – da notare che  in questo campo vivono 40 persone –: Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia Municipale e furgone della Scientifica. Hanno circondato il campo e hanno svegliato tutti. In base all’ordinanza di Berlusconi, siamo stati censiti, fotografati, sottoposti a rilievi dattiloscopici dalla Polizia Scientifica. Anche i bambini. Si è istituito per noi un archivio speciale in Prefettura, nonostante siamo cittadini italiani, residenti in via Impastato, regolarmente registrati all’anagrafe civica. Un intervento istituzionale differenziato. Sarebbe bastato andare in anagrafe per rilevare le presenze. Per fortuna la nostra è rimasta l’unica famiglia italiana che è stata censita. Per ora in questo archivio parallelo ci sono solo la mia famiglia e i Rom stranieri. Siamo riusciti in qualche modo, sembra, a fermare il censimento attraverso la Procura. Abbiamo presentato un esposto citando il capo del Governo, il Sindaco e il capo della Polizia…

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Goffredo Bezzecchi
O fai lo zingaro e giri o quando ti fermi ti devono dare la possibilità di farti una casa, comprartela, sennò sei fuori… Prima io giravo perché avevo le giostrine. Non mi sarei fermato con la mia giostrina, anche se mi avessero regalato un posto io non ci sarei stato. Andava bene così: mi fermavo due o tre giorni e non davo fastidio. Poi me ne ne andavo e il posto rimaneva pulito. Allora era diverso: avevi la giostrina e ci vivevi, non c’erano tante esigenze. Oggi fare lo zingaro non è facile. Mi sono fermato perché  avevo otto figli e ho preferito per loro la scuola e il lavoro. Mi sono fermato in via Bonfadini. Ero in affitto su un terreno e non volevo vivere nel campo nomadi. Il funzionario era una brava persona, adesso è in pensione. Lui e la moglie mi hanno aiutato molto, anche per il  lavoro. Io ho detto “pago l’affitto” e sono andato avanti per tanti anni, e i ragazzi andavano a scuola. E dalla scuola sono passati al lavoro: uno ha fatto per 19 anni il portinaio; mio figlio Paolo da 30 anni lavora sempre sotto lo stesso padrone; Giorgio è stato assunto dal Comune. Alcuni fanno i lavori che trovano:  mia figlia stamattina è partita alle cinque per andare a lavorare in un’impresa di pulizie…  Io sono scappato dal campo e mi sono accorto che i miei figli hanno una testa, non sono stupidi e possono farcela. A molti invece il campo fa comodo, specialmente ai furbacchioni. A molti piace scroccare, ma non solo ai rom. Anche nelle case popolari ci sono i furbacchioni. Ma se non puoi andare fuori dal campo, dove vai? Se non ti lasciano, non hai scelta… Io ormai alla mia età non ci andrei più a vivere in una casa e ci sono alcuni ragazzi che continuano a preferire vivere qui, nella casetta o nel container, ma con mio figlio Giorgio, che ha sposato una gagia ho insistito. Gli ho detto “per amor di Dio, tu non devi più stare qui con la tua signora, lei è abituata a stare in una casa…”.

(Il sopralluogo al campo e le interviste a Goffredo e Giorgio e Bezzecchi sono stati  effettuati  il 22 ottobre 2008, l’intervista a Pasquale Maggiore il 16 ottobre 2008 )

 


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