Il campo comunale di via Novara

dicembre 11, 2008

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(@2008 google – Immagini @2008 digitalGlobe, Cnes/Spot image, GeoEye)

 L’ “area abitativa comunale per cittadini di origine rom e sinti” di via Novara è stata realizzata nel 2001 per trasferirvi  un gruppo di famiglie macedoni e kossovare – arrivate a Milano negli anni Novanta in seguito alla crisi nell’ex Jugoslavia – che si erano insediate abusivamente nll’area di via Barzaghi.
Il campo è recintato e occupa un’area di 3000 mq in fondo a via Novara, all’estrema periferia ovest di Milano. Confina con un deposito per auto rimosse della Polizia locale e con un centro di accoglienza per rifugiati politici del Comune e vi si accede attraverso un unico passo carraio.
Quando fu costruito, il campo fu suddiviso in due aree, una per i macedoni e l’altra per i kossovari. A ogni nucleo familiare fu assegnato un container di 6×2,5 mq per ospitare fino a sei persone. In origine non vi era un collegamento idrico alle singole unità abitative bensì dei rubinetti collocati sul perimetro del campo. Solo dopo un anno, in seguito alle pressioni degli abitanti e della Caritas, i container furono collegati alla rete idrica e a quella elettrica.

Nel tempo, la struttura del campo è stata completamente modificata dalle costruzioni in muratura e legno realizzate dalle famiglie intorno ai container per adattare lo spazio concesso dal Comune ai bisogni abitativi essenziali.
Le infrastrutture negli anni si sono degradate. Attualmente il sistema fognario è in piena crisi e il campo sta vivendo un’emergenza sanitaria. Durante la nostra visita abbiamo raccolto, inoltre, le lamentele di numerosi abitanti che stanno ricevendo bollette dell’elettricità esorbitanti dovute probabilmente a una dispersione dell’impianto più volte denunciata al Comune senza ottenere alcun intervento. L’Aem ha comunicato a molte famiglie impossibilitate a pagare che provvederà ad interrompere la fornitura.
Nelle due aree del campo abitano circa duecento persone tra macedoni e  kossovari, la maggior parte dei quali hanno ottenuto lo status di rifugiato o il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Circa il 50% degli abitanti sono minori.
Durante il sopralluogo abbiamo incontrato alcuni abitanti dell’area macedone che ci hanno raccontato la loro storia e i problemi che vivono nel campo. 

G.L.

La vita qui è un disastro. Se non avessimo costruito questa baraccopoli saremmo già fuori. Dentro ai container non ci stava neanche un tavolo. Abbiamo costruito queste case da soli, con fatica, per vivere meglio. I bambini nei container non potevano studiare. Non c’era neanche lo spazio per i vestiti. Abbiamo iniziato a costruirle dopo sei, sette mesi dal nostro trasferimento in questo campo. Quando c’era vento il container si gonfiava e non riuscivamo a tenere la porta chiusa. All’inizio non avevamo neanche l’elettricità. Ora si, ma la paghiamo carissima. Ho dovuto pagare  3000 euro per quattro mesi di consumo. Il mio stipendio è di 900 euro. Ci costringono a vivere così. Tanti non hanno neanche il lavoro.
In Macedonia avevo una casa costruita da me. Sono venuto qui nel ’91, diciassette anni fa.  Mi era arrivata la lettera per fare il militare e nello stesso tempo era scoppiata la guerra. Avevo anche un bambino. Ho venduto la casa che avevo in Macedonia e siamo venuti qui. Sono stato per cinque anni in località laghetto a Muggiano, poi in via Barzaghi e infine qui.

V.K.

Ho costruito questa casa in legno perché non posso vivere in un container con quattro bambini. Siamo delle persone non degli animali! Quando siamo andati via dal campo illegale di via Barzaghi il Comune ci aveva garantito che ci avrebbe aiutato. Invece ci hanno dato solo i container. All’inizio, quando abbiamo costruito le case, abbiamo avuto diversi problemi con il Comune poi si sono resi conto che non si poteva vivere nei container con i bambini piccoli. Ora, quando vengono, non dicono più nulla. La settimana scorsa sono venuti gli allievi della scuola dei carabinieri – una sessantina di persone – e hanno fatto un giro per il campo. Entravano nelle nostre case e dicevano: che bella casa! Poi se ne sono andati via.
Dal 1998 abbiamo fatto richiesta per una casa popolare. Solo mio zio è riuscito ad ottenerne una. È stato più fortunato di noi. Io e mio padre lavoriamo da più di dieci anni, in regola. Io faccio il metalmeccanico a Pero da tre anni e prima lavoravo altrove. Guadagno 1100 euro e non posso permettermi una casa in affitto. L’unica possibilità sarebbe una casa popolare… Noi non siamo abituati a vivere in queste condizioni. Siamo macedoni e a Skopie abbiamo un casa di tre, quattro piani. Siamo arrivati in Italia nel 1988. Abitavamo in via Barzaghi illegalmente. Per l’elettricità avevamo il generatore e prendevamo l’acqua al cimitero. Lí stavamo molto meglio. C’era un buon rapporto con i vicini e ogni volta che ritorno mi accolgono come uno di loro. Ho fatto le scuole lì. All’inizio c’era solo la nostra famiglia: tutti macedoni. Mio nonno è stato in Italia più di trent’anni, prendeva anche la pensione – la minima: 400 euro al mese – è morto quattro anni fa. Veniamo qui per lavorare non per distruggere.
Qui ci sono i topi. Hanno morsicato dei bambini. Ne ho parlato anche con i funzionari del Comune ma non mi va di fare denunce…
All’inizio abbiamo firmato un contratto per restare in questo campo cinque anni,  poi è diventato a tempo indeterminato. 

A.C.

Siamo arrivati nel 2001, due-tre mesi dopo l’apertura di questo campo comunale. I container erano stati tutti assegnati e ho dovuto costruirmi da solo la mia baracchina. Io abito nella parte macedone perché quando sono arrivato non c’era più posto in quella kossovara. Siamo in cinque e abitiamo in un’unica camera. In Kossovo vivevamo in un casa comunale in un piccolo paese ai confini con la Macedonia. Lavoravo in una fabbrica di cemento e guadagnavo meno di cinquanta euro al mese. Quando è iniziata la guerra siamo scappati. Adesso non possiamo più tornare. In Italia abbiamo ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ho lavorato per cinque anni in una cooperativa come magazziniere, la ditta è fallita e ora sono da due mesi senza lavoro.  Il vero problema però è la casa.  Solo a Milano si vive in questi condizioni. In altre città italiane tutti hanno la casa popolare.

F.S.

Queste case prima o poi cadranno! In Kossovo abitavo in un paese al confine con la Macedonia in un appartamento di undici camere. Lavoravo come commerciante ambulante. Qui abito in questa baracca con altre sei persone. Dormiamo tutti in una camera, ci sono i topi e gli scarafaggi. Si può vivere così? Prima di arrivare qui eravamo in via Barzaghi. Lì avevamo costruito delle case in legno. La mia aveva quattro camere. C’era più spazio. Qui a ogni famiglia hanno dato un container di due metri per sei. Per riscaldarlo ho dovuto comprare una stufa a legna e spendo venti euro al giorno in legno da bruciare. Io e mia moglie e quattro bambini possiamo vivere in sedici metri quadrati? Non so più cosa fare! E poi ci dicono che dobbiamo mandare i bambini a scuola… Perché i nostri bambini devono andare a scuola sporchi e devono dormire così come degli animali? Da tre mesi ho perso anche il lavoro. Lavoravo al Corvetto in un autolavaggio. Ho quindicimila euro di debito con l’Aem. Ogni mese arrivano bollette di 300-400 euro e non riusciamo a capire perché sono così alte. Tra qualche giorno l’Aem ci staccherà la corrente.
Appena ho avuto la possibilità sono andato via da questo campo. Sono stato a Monte Cremasco per nove mesi. Abitavamo in una villetta con tre camere da letto, salone, cucina e servizi. Poi il lavoro è mancato e sono dovuto tornare al campo.
Da soli non ce la facciamo, il Comune ci deve aiutare. Tre anni fa abbiamo fatto la domanda per la casa popolare. Sappiamo che non abbiamo molte speranze di ottenerla, ma allora perché il Comune non sistema questo posto?
Nel ‘99 ho ottenuto dall’Italia il riconoscimento di rifugiato politico. Questo però mi costringe a stare in Italia in queste condizioni perché avendo fatto la domanda qui non posso farne un’altra in un altro paese. E pensare che in  altri paesi europei i rifugiati politici ricevono sussidi dai governi locali!

Dallo sgombero di via Brazaghi queste comunità sono state seguite dalla Caritas ambrosiana. Abbiamo chiesto a suor Claudia Biondi, responsabile dell’area rom e sinti  della Caritas di raccontarci l’attività svolta in questi anni e quali prospettive vede per gli abitanti del campo.

 Suor Claudia Biondi

All’inizio è stata un’attività di primo intervento ma da subito, nel giro di dieci giorni da quando abbiamo conosciuto questa comunità, abbiamo cominciato a lavorare anche per la loro regolarizzazione.
Era il periodo della guerra in Kosovo, delle persecuzioni nei confronti dei rom… erano scappati seguendo le rotte dei profughi, nonostante alcuni di loro avessero già delle reti qui in Italia. Molti erano sbarcati al sud tra Brindisi, Bari, Lecce, la zona costiera della Puglia.
Nei primi mesi, il grosso del lavoro che abbiamo fatto è stato quello di ricostruire le loro situazioni per riuscire a ottenere lo status di rifugiati. La maggior parte di loro ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che poi è stato tramutato in permesso di soggiorno per lavoro; altri hanno ottenuto lo status di rifugiato, altri ancora un permesso di soggiorno per il ricongiungimento familiare.
Questo è stato il lavoro che ci ha visti impegnati maggiormente e che tuttora ci vede impegnati perché, tranne che per quelli che hanno il permesso come rifugiati, per tutti gli altri c’è bisogno di continui rinnovi.
L’altro grosso lavoro che abbiamo fatto è stato quello di farli  passare da una situazione di abitare irregolare a quella di  abitare regolare e per far questo abbiamo messo insieme una rete di soggetti tra cui anche i Comitati di zona. Abbiamo lavorato fianco a fianco perché era interesse di tutti che quest’area non diventasse terra di nessuno, che le presenze nel campo a mano a mano diminuissero e che i suoi abitanti trovassero collocazioni nella città più adatte e un po’ più dignitose.
Abbiamo lavorato in modo molto forte con le scuole per l’inserimento dei ragazzini. In un primo tempo con i minori abbiamo fatto anche delle attività al campo, sia di alfabetizzazione che di gioco e tempo libero.
Finché erano nel campo di via Barzaghi la nostra presenza e la nostra attività c’era ma non era regolare. Poi, dal momento in cui la comunità si è trasferita in via Novara, a gennaio, abbiamo stipulato una convenzione con il Comune per la gestione di alcune attività all’interno del campo. A grandi linee, la convenzione con il Comune di Milano prevedeva l’accompagnamento dei bambini per la regolarizzazione scolastica, la nostra presenza all’interno del campo per facilitare la convivenza, l’accompagnamento agli adulti per la ricerca di attività lavorative, per l’educazione alla salute e l’utilizzo dei servizi sociali e sanitari. 
In realtà abbiamo lavorato molto con i minori: con i più piccoli, con il gruppo delle elementari, ma soprattutto con gli adolescenti. Chi va alle scuole elementari ha il tempo pieno quindi non ha molto spazio per fare altro,  mentre ci sembra che sia importante lavorare con i ragazzini delle medie per facilitare la frequenza scolastica che proprio alle medie cala e per facilitare l’apprendimento.  Uno dei grossi problemi – e questo vale per le elementari ma soprattutto per le medie – è che, anche se  il livello scolastico  dei ragazzini del campo non è lo stesso degli altri, vengono comunque promossi e così si allontanano dalla scuola. È un processo che stiamo tentando di interrompere, cercando fare in modo che  piano piano arrivino ad avere gli stessi livelli degli altri ragazzini. Facciamo con loro dei percorsi di sostegno didattico, a volte concordati con gli insegnanti e con le scuole – quando ci stanno – altre volte gestiti dagli educatori e dalle educatrici, con laboratori di poesia, attività di conoscenza della città, gite… in modo da offrire occasioni di divertimento e insieme strumenti per conoscere e utilizzare della città.
Abbiamo avuto una convenzione annuale col Comune fino al 2006. Nel 2007 una semestrale e nel 2008 c’è stato un bando, per partecipare al quale abbiamo costituito un ATS con una cooperativa. Quindi adesso abbiamo una gestione con più ore a disposizione rispetto a quella che avevamo precedentemente, ma con competenze più ampie.
L’altro intervento importante che stiamo portando avanti, accanto a quello coi minori, è quello con le donne. Con le donne abbiamo fatto, e stiamo facendo, una serie di attività che riguardano da un lato il tema dell’alfabetizzazione,  perché sono donne che non conoscono l’italiano o che addirittura non sono alfabetizzate. Con molte di loro abbiamo avviato un percorso di emancipazione, partendo semplicemente dall’imparare a fare la propria firma,  quindi ad avere uno spazio solo per loro, in cui fare delle cose per se stesse.  Il percorso ha dato frutti insperati. Abbiamo oganizzato più corsi: il primo corso, all’interno del campo, in cui 8-9 donne hanno imparato a fare la propria firma; poi altri due corsi – uno di taglio e cucito e l’altro di cucina – che hanno avuto luogo metà all’interno del campo e metà in un centro di formazione del Comune. Le donne hanno frequentato e i corsi hanno funzionato benissimo e sono stati riproposti anche quest’anno. Vedremo quello che riusciremo a fare. Abbiamo inoltre avviato interventi di carattere sanitario e con il consultorio di zona abbiamo organizzato degli incontri con le donne per l’igiene e per la cura dei bambini. Il lavoro con la parte femminile del campo sta funzionando bene. Le donne sono la parte del campo che ha maggiore interesse a emanciparsi per trovare delle opportunità diverse, perché sono le più vessate in una cultura essenzialmente maschilista e patriarcale.
Con gli uomini il lavoro che facciamo, oltre a quello di cercare con loro di ottenere la regolarizzazione, è quello di vedere se ci sono delle offerte lavorative per chi non sta lavorando.
Con loro vengono affrontati anche i problemi di carattere generale:  il problema dell’energia elettrica, quello dell’accesso al campo, i problemi di convivenza e poi il discorso sui minori.  Perché nel momento in cui si lavora con i minori, non si può prescindere dal coinvolgere anche gli adulti nel progetto, altrimenti non funziona.  
Mi piacerebbe sapere quale sarà il fururo degli abitanti di questo campo… É un grosso problema. Da due anni abbiamo assistito a una caduta di motivazione all’interno del campo. Abitare nel campo è sempre stata considerata da tutti una scelta transitoria in attesa di un abitare migliore. Ed è in questa prospettiva che abbiamo considerato la frequenza dei ragazzi a scuola, gli inserimenti lavorativi, il rispetto nell’abitare il campo, la frequentazione di spazi esterni come le parrocchie della zona. Le attività che organizziamo per i ragazzi infatti non sono mai all’interno del campo, ma sempre in strutture altre perché vogliamo portare avanti un percorso di integrazione; mentre se tutto viene fatto all’interno del campo, i confini – che poi sono confini invisibili – non si rompono mai.  
Dopo cinque anni le strutture sono diventate sempre più fatiscenti, anche se tutti gli abitanti del campo hanno inglobato il container in  una struttura abitativa più ampia, costruendo tettoie e tutta una serie di strutture che ha permesso che il container “durasse” fino a oggi, perché altrimenti sarebbe crollato molto prima. 
Per la costruzione di queste strutture gli abitanti sono stati denunciati per abusivismo edilizio ma tutti i processi sono stati vinti perché è stato dichiarato lo stato di necessità. Le varie strutture non sono state condonate ma “ammesse”, per il fatto che sono state costruite per un bisogno reale, per poter vivere in modo dignitoso. A questo proposito c’è stata una sentenza che ha fatto giurisprudenza. Anche questo è stato un lavoro importante che abbiamo fatto con tutte le famiglie.
Abbiamo sempre portato avanti l’ipotesi che la residenza nel campo fosse solo transitoria, ma una transitorietà che sta durando sette anni non è più transitorietà. Tutti hanno fatto domanda di casa popolare e solo una famiglia in tutto il campo è  riuscita ad ottenerne una. Hanno visto che i ragazzini hanno fatto la terza media e la situazione non è cambiata… In più il campo è sempre più fatiscente. Il problema delle fognature, giustamente, li ha messi in uno stato di prostrazione e hanno perso la fiducia nei nostri riguardi.
Il campo sta vivendo una fase di grande inquietudine,  nonostante in questo momento ci sia un’attenzione maggiore da parte del Comune, perché c’è stato il bando per la gestione di tutti i campi e gli abitanti non hanno visto nessun ritorno positivo per la loro situazione. In più, il fatto che la polizia vada lì per fare censimenti più o meno ufficiali non li rende molto contenti. Nel campo ci sono alcune situazioni che dal punto di vista legale rimangono al limite tra il regolare e l’irregolare:  in questo momento alcune donne pur essendo sposate con rito rom, non risultano sposate ufficialmente con documenti fatti in Kosovo, e questo comporta delle difficoltà per il permesso di soggiorno per ricongiungimento famigliare.
È un momento, non dico di stagnazione, ma di difficoltà per quanto riguarda soprattutto il rapporto con gli adulti, perché con i ragazzi è più facile.
Il Comune deve decidere cosa fare di questa struttura, tenendo conto che non è una struttura sanabile. Devono assolutamente decidere se fare un altro campo, ma molto più ampio e dignitoso perché effettivamente questa doveva essere solo una struttura di emergenza. Oppure potrebbero pensare, come era stata la prospettiva iniziale, di dare degli alloggi popolari. Questo é il sogno di tutti ma gli alloggi non ci sono per nessuno. Si sa che nell’ultimo bando c’erano 17000-18000 richieste, a fronte di forse un migliaio di appartamenti disponibili,  non tutti abitabili… Quindi la prospettiva può essere solo quella che alcuni di loro riescano a trovare un appartamento sul mercato privato. Stanno cercando e c’è una famiglia che ha comprato una cascina e che adesso sta cominciando a risistemarla. Un’altra famiglia, che avrebbe trovato un’altra struttura sempre sullo stile cascina, sta cercando un mutuo per poterla acquistare e cominciare la ristrutturazione. Quindi, insomma, ci sono alcune prospettive di carattere individuale, dei singoli nuclei familiari.  Per quanto riguarda la maggioranza degli abitanti del campo, l’unica soluzione potrebbe essere uno spostamento in una situazione abitativa migliore rispetto a quella che stanno vivendo. Perché questo modo di abitare ha tante conseguenze. É chiaro che il campo di via Novara finché rimane così, nonostante tutti gli sforzi che si possono fare, rimane un ghetto, con tutte le caratteristiche del ghetto: protettivo per chi vi abita e fonte di identità rispetto a un esterno che invece rischia di essere vissuto solo come disagio.

 (Il sopralluogo al campo è stato effettuato il 20 novembre 2008, l’intervista a suor Claudia Biondi il 27 otobre 2008)

 

 

 

 

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