Draganesti Olt

dicembre 8, 2009

«Hanno costruito tutte queste case dall’Italia. Hanno fatto i soldi in Italia. Anch’io ho comprato la casa». Maria abita a Draganesti, un paese di dodicimila abitanti nella regione dell’Oltenia, in Romania. Ha cinquanta anni, tre figli e sette nipoti ed è separata dal marito. Coi soldi che ha guadagnato in Italia ha comperato una casa per il figlio maggiore. È costata undicimila euro. «Ho lavorato  da una donna: lavavo, stiravo – dice in un buon italiano –. Ho fatto anche la badante. Abitavo nella baracca. Mio figlio Michele quando siamo arrivati aveva sette anni, è andato scuola per quattro anni. Una famiglia italiana mi aiutava. Lo portavano in macchina a scuola e lo andavano a prendere. Dormiva da loro tutta la settimana e la domenica mattina lo riportavano in baracca. Ma i nostri parenti erano invidiosi e hanno detto che quelli si approfittavano del bambino. Continuavano a dirlo e allora ho denunciato la famiglia italiana. Ma poi ho ritirato la denuncia e abbiamo fatto pace. Sono tornata qui perché sono ammalata. Depressione. Mio marito mi ha mandato via e vivo da mio figlio maggiore. L’Italia mi ha distrutto. Tante famiglie sono diventate ricche e tante si sono rovinate. Solo chi ruba e fa cose brutte ha la casa grande, ha tutto…».
Ogni tanto Maria torna in Italia. Resta a Milano un mese dormendo in una baracca in un campo abusivo. Con l’elemosina guadagna circa trecento euro. Porta i soldi a casa e quando finiscono riparte. È quello che fa la maggior parte dei milletrecento rom che vivono a Draganesti (più del dieci per cento della popolazione del paese). Viaggiano con un piccolo bus guidato da uno degli abitanti, che per cinquanta euro assicura il collegamento con Milano e trasporta anche pacchi e lettere. Qualcuno ha ottenuto un container nel campo comunale di via Triboniano ma in genere i rom di Draganesti a Milano abitano nelle “baracchine”, insediamenti abusivi che costituiscono una sorta di doppio milanese del loro villaggio romeno. Sono loro che per anni hanno resistito a una serie di sgomberi sotto il ponte di Bacula, nel quartiere della Bovisa, alla periferia nord di Milano, ricostruendo ogni volta le baracchine. Dopo l’ultimo sgombero e la messa in sicurezza dell’area da parte del comune, si sono trasferiti in una zona abbandonata nel quartiere Lambrate. 
Flora è tornata a Draganesti dopo l’ultimo sgombero, il marito è rimasto a Milano. «Vasile chiede l’elemosina e poi mi manda i soldi. Li porta qui un amico con la macchina. Io sto qui perchè i bambini vanno a scuola. Per ognuno di loro il governo mi dà un sussidio di circa dieci euro al mese.  Una volta sola li ho portati per due mesi in Italia». A Milano Flora viveva col marito in una baracca sotto il cavalcavia Bacula, costruita da loro stessi con assi di legno recuperate dai cantieri e teloni di pvc. Misurava due metri per tre e c’era spazio per un materasso e una stufa a legna. Si affacciava in uno spiazzo tra le baracche dove gli abitanti del villaggio si riunivano per chiacchierare, cucinare sulla griglia e mangiare insieme. A Draganesti Flora vive lungo la strada che conduce al centro del paese, sui cui lati sorgono case monofamiliari abitate da cittadini di etnia rom e non solo. Alcune sono piccole, costituite da un’unica stanza fatta di mattoni di terra a vista. Altre sono più grandi, con i tetti decorati con lamiera intagliata e un corridoio d’ingresso illuminato da ampie finestre. Altre ancora sono nuove o in costruzione, molto più grandi, dai colori vivacissimi, con torri, archi e cortili chiusi da cancellate. A Draganesti non ci sono fogne e i servizi per la maggior parte sono costituiti da una baracca in un angolo del cortile. Pochissime case hanno l’acqua corrente mentre la maggior parte ha il pozzo in cortile. 
La casa di Flora è stata dipinta recentemente di un arancione molto acceso e ha gli infissi bianchi. «L’abbiamo ampliata due anni fa, con i soldi dell’elemosina. Abbiamo unito le due vecchie stanze e ne abbiamo aggiunto un’altra», racconta. La cucina è un piccolo edificio giallo indipendente, situato nell’ampio cortile pavimentato. Sul retro si trovano un recinto con polli e oche e la baracca di legno della latrina. Le stanze sono accoglienti, ciascuna con un grande letto-sofà e tappeti colorati alle pareti. La stanza più grande è riscaldata da un’antica stufa a legna in ceramica.  
Poco lontano dalla casa di Flora abita Monica. Anche a Milano, sotto il cavalcavia, Flora e Monica erano vicine di casa. Monica ha diciannove anni ed è tornata da poco in Romania per partorire. Il bambino, nato otto giorni fa, l’ha chiamato Armani. Il padre del bimbo e il cognato di Monica sono ancora a Milano. Monica abita con il padre, la madre, il fratello di sedici anni e la sorellina di sette in una casetta fatiscente che confina col cortile di una delle case più grandi e vistose del paese. Anche questa appartiene a loro, l’ha costruita il padre di Monica. Ma la casa è quasi vuota. Le sei ampie stanze hanno l’aspetto intatto, così come il bagno piastrellato con vasca e doccia. Una stanza funziona da guardaroba ed è piena di abiti tradizionali femminili. «Non posso dormire nella casa nuova – dice la mamma di Monica –, non sono abituata. Non so quando ci andremo. Adesso viviamo tutti insieme nella casa piccola».  
Luciano ha ventiquattro anni. Lui una casa non ce l’ha. Abita dalla sorella che al momento è a Milano. Fino a un mese fa anche lui era in Italia, con la moglie e il figlio che ora ha un anno e mezzo. Era in regola, con la carta d’identità italiana. «A Milano – dice – lavoravo per una ditta di materassi. Ho anche il  fatto il muratore. Ho distribuito volantini. Tre anni di lavoro e sono riuscito a comprare solo un pezzo di terreno. È costato quattromila euro. Voglio costruirci la casa. La faccio con la terra perché non ho i soldi per i mattoni. Il terreno è largo sette metri e lungo cento, ci voglio coltivare la verza, il pomodoro… Qui lavoro per una famiglia rom, faccio trasporti con il loro carretto a cavallo. Mi danno venti euro al mese. Anche mia moglie lavora due o tre ore al giorno in casa loro. Ci sono anche i rom ricchi a Draganesti. C’è il più ricco della Romania che ha quindici case, tutte uguali. Negli anni Novanta è stato in Italia, in Germania, ha girato tutta l’Europa. Non si sa che lavoro fa, non si può chiederglielo… Dall’Italia sono andato via perchè gli assistenti sociali hanno preso mio figlio. Hanno detto che io e mia moglie facevamo accattonaggio. Allora ho preso mio figlio e sono andato via. In Italia non torno senza un lavoro». 
Luciano a Draganesti sembra un’eccezione. Le scenografiche case di chi torna dall’Italia con i soldi spiccano nel paesaggio agricolo depresso dell’Oltenia e costituiscono un miraggio a cui è difficile resistere. I rom di Draganesti vanno avanti e indietro da Milano a caccia di soldi, da ottenere con il lavoro, l’accattonaggio o le attività illecite. D’altronde a Draganesti il lavoro non c’è e quel poco è pagato malissimo. Un operaio in fabbrica guadagna duecento euro e in questa zona la fabbrica è una sola. Produce vestiti e vi lavorano duecento donne. Solo tre sono rom. (sp/…)

«Hanno costruito tutte queste case dall’Italia. Hanno fatto i soldi in Italia. Anch’io ho comprato la casa». Maria abita a Draganesti, un paese di dodicimila abitanti nella regione dell’Oltenia, in Romania. Ha cinquanta anni, tre figli e sette nipoti ed è separata dal marito. Coi soldi che ha guadagnato in Italia ha comperato una casa per il figlio maggiore. È costata undicimila euro. «Ho lavorato  da una donna: lavavo, stiravo – dice in un buon italiano –. Ho fatto anche la badante. Abitavo nella baracca. Mio figlio Michele quando siamo arrivati aveva sette anni, è andato scuola per quattro anni. Una famiglia italiana mi aiutava. Lo portavano in macchina a scuola e lo andavano a prendere. Dormiva da loro tutta la settimana e la domenica mattina lo riportavano in baracca. Ma i nostri parenti erano invidiosi e hanno detto che quelli si approfittavano del bambino. Continuavano a dirlo e allora ho denunciato la famiglia italiana. Ma poi ho ritirato la denuncia e abbiamo fatto pace. Sono tornata qui perché sono ammalata. Depressione. Mio marito mi ha mandato via e vivo da mio figlio maggiore. L’Italia mi ha distrutto. Tante famiglie sono diventate ricche e tante si sono rovinate. Solo chi ruba e fa cose brutte ha la casa grande, ha tutto…».Ogni tanto Maria torna in Italia. Resta a Milano un mese dormendo in una baracca in un campo abusivo. Con l’elemosina guadagna circa trecento euro. Porta i soldi a casa e quando finiscono riparte. È quello che fa la maggior parte dei milletrecento rom che vivono a Draganesti (più del dieci per cento della popolazione del paese). Viaggiano con un piccolo bus guidato da uno degli abitanti, che per cinquanta euro assicura il collegamento con Milano e trasporta anche pacchi e lettere. Qualcuno ha ottenuto un container nel campo comunale di via Triboniano ma in genere i rom di Draganesti a Milano abitano nelle “baracchine”, insediamenti abusivi che costituiscono una sorta di doppio milanese del loro villaggio romeno. Sono loro che per anni hanno resistito a una serie di sgomberi sotto il ponte di Bacula, nel quartiere della Bovisa, alla periferia nord di Milano, ricostruendo ogni volta le baracchine. Dopo l’ultimo sgombero e la messa in sicurezza dell’area da parte del comune, si sono trasferiti in una zona abbandonata nel quartiere Lambrate. Flora è tornata a Draganesti dopo l’ultimo sgombero, il marito è rimasto a Milano. «Vasile chiede l’elemosina e poi mi manda i soldi. Li porta qui un amico con la macchina. Io sto qui perchè i bambini vanno a scuola. Per ognuno di loro il governo mi dà un sussidio di circa dieci euro al mese.  Una volta sola li ho portati per due mesi in Italia». A Milano Flora viveva col marito in una baracca sotto il cavalcavia Bacula, costruita da loro stessi con assi di legno recuperate dai cantieri e teloni di pvc. Misurava due metri per tre e c’era spazio per un materasso e una stufa a legna. Si affacciava in uno spiazzo tra le baracche dove gli abitanti del villaggio si riunivano per chiacchierare, cucinare sulla griglia e mangiare insieme. A Draganesti Flora vive lungo la strada che conduce al centro del paese, sui cui lati sorgono case monofamiliari abitate da cittadini di etnia rom e non solo. Alcune sono piccole, costituite da un’unica stanza fatta di mattoni di terra a vista. Altre sono più grandi, con i tetti decorati con lamiera intagliata e un corridoio d’ingresso illuminato da ampie finestre. Altre ancora sono nuove o in costruzione, molto più grandi, dai colori vivacissimi, con torri, archi e cortili chiusi da cancellate. A Draganesti non ci sono fogne e i servizi per la maggior parte sono costituiti da una baracca in un angolo del cortile. Pochissime case hanno l’acqua corrente mentre la maggior parte ha il pozzo in cortile. La casa di Flora è stata dipinta recentemente di un arancione molto acceso e ha gli infissi bianchi. «L’abbiamo ampliata due anni fa, con i soldi dell’elemosina. Abbiamo unito le due vecchie stanze e ne abbiamo aggiunto un’altra», racconta. La cucina è un piccolo edificio giallo indipendente, situato nell’ampio cortile pavimentato. Sul retro si trovano un recinto con polli e oche e la baracca di legno della latrina. Le stanze sono accoglienti, ciascuna con un grande letto-sofà e tappeti colorati alle pareti. La stanza più grande è riscaldata da un’antica stufa a legna in ceramica.  Poco lontano dalla casa di Flora abita Monica. Anche a Milano, sotto il cavalcavia, Flora e Monica erano vicine di casa. Monica ha diciannove anni ed è tornata da poco in Romania per partorire. Il bambino, nato otto giorni fa, l’ha chiamato Armani. Il padre del bimbo e il cognato di Monica sono ancora a Milano. Monica abita con il padre, la madre, il fratello di sedici anni e la sorellina di sette in una casetta fatiscente che confina col cortile di una delle case più grandi e vistose del paese. Anche questa appartiene a loro, l’ha costruita il padre di Monica. Ma la casa è quasi vuota. Le sei ampie stanze hanno l’aspetto intatto, così come il bagno piastrellato con vasca e doccia. Una stanza funziona da guardaroba ed è piena di abiti tradizionali femminili. «Non posso dormire nella casa nuova – dice la mamma di Monica –, non sono abituata. Non so quando ci andremo. Adesso viviamo tutti insieme nella casa piccola».  Luciano ha ventiquattro anni. Lui una casa non ce l’ha. Abita dalla sorella che al momento è a Milano. Fino a un mese fa anche lui era in Italia, con la moglie e il figlio che ora ha un anno e mezzo. Era in regola, con la carta d’identità italiana. «A Milano – dice – lavoravo per una ditta di materassi. Ho anche il  fatto il muratore. Ho distribuito volantini. Tre anni di lavoro e sono riuscito a comprare solo un pezzo di terreno. È costato quattromila euro. Voglio costruirci la casa. La faccio con la terra perché non ho i soldi per i mattoni. Il terreno è largo sette metri e lungo cento, ci voglio coltivare la verza, il pomodoro… Qui lavoro per una famiglia rom, faccio trasporti con il loro carretto a cavallo. Mi danno venti euro al mese. Anche mia moglie lavora due o tre ore al giorno in casa loro. Ci sono anche i rom ricchi a Draganesti. C’è il più ricco della Romania che ha quindici case, tutte uguali. Negli anni Novanta è stato in Italia, in Germania, ha girato tutta l’Europa. Non si sa che lavoro fa, non si può chiederglielo… Dall’Italia sono andato via perchè gli assistenti sociali hanno preso mio figlio. Hanno detto che io e mia moglie facevamo accattonaggio. Allora ho preso mio figlio e sono andato via. In Italia non torno senza un lavoro». Luciano a Draganesti sembra un’eccezione. Le scenografiche case di chi torna dall’Italia con i soldi spiccano nel paesaggio agricolo depresso dell’Oltenia e costituiscono un miraggio a cui è difficile resistere. I rom di Draganesti vanno avanti e indietro da Milano a caccia di soldi, da ottenere con il lavoro, l’accattonaggio o le attività illecite. D’altronde a Draganesti il lavoro non c’è e quel poco è pagato malissimo. Un operaio in fabbrica guadagna duecento euro e in questa zona la fabbrica è una sola. Produce vestiti e vi lavorano duecento donne. Solo tre sono rom. (mb/sp)

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