Incontro con Valerio Pedroni

aprile 7, 2009

Valerio Pedroni
coordinatore dell’equipe di strada Segnavia dei Padri Somaschi
Milano, 25 ottobre 2008

Quali sono gli interventi dei Padri Somaschi nei confronti dei rom?
In nostro intervento è su due fronti: da una parte quello dei campi rom regolari – siamo in ats con la Casa della Carità per la gestione del lotto n.1, in cui loro hanno la gestione del campo di via Idro, noi quello di via Bonfadini – dall’altra quello dei campi abusivi. Seguiamo da tempo gli insediamenti sotto i cavalcavia di Bacula, dove Mac Mahon scavalca Monteceneri. Questi cavalcavia sono storicamente abitati – almeno da quattro anni – ma nell’ultimo anno e mezzo la popolazione di questi campi è aumentata e sono aumentati gli sgomberi. Per dare un’idea, nell’ultimo anno e mezzo sono stati sgomberati quattro volte. La prima volta le persone sgomberate sono confluite nell’area della Bovisa  e noi abbiamo seguito da vicino anche le vicissituini di quel campo. Inoltre seguiamo il piccolo campo di via Rubattino, in zona Lambrate, che è in una zona in prossimità di centrali elettriche, con alcuni ex-prefabbricati dimessi e occupati da famiglie rom.  Seguiamo anche parte del territorio di Chiaravalle che con Baiano Valle e via San Dionigi, costituisce un triangolo di campagna in cui storicamente sono presenti popolazioni rom. Ci sono altre associazioni che se ne occupano – come Nocetum e la comunità di Sant’Egidio – ma noi abbiamo seguito alcune famiglie che erano confluite  in questo territorio in seguito allo sgombero dell’area della Bovisa, dove si era riunita una quantità impressionante di rom (erano arrivati a 600) . E oggi ci capita ancora di seguire la zona di  Chiaravalle, perché in questa zona sta tornando a essere presente una comunità importante di rom. In totale seguiamo circa 150-180 persone nei campi abusivi e 120 persone nel campo comunale di via Bonfadini .

Quali problemi dovete affrontare nel campo di via Bonfadini?
È un intervento profondamente diverso rispetto a quello nei campi abusivi.  Quello di via Bonfadini è uno dei primi campi costruiti a Milano ed è abitato da una comunità rom italiana di origine abruzzese, oramai molto organizzata e strutturata, che è qui da generazioni. Il campo esiste dagli anni ’80, cioè da oltre vent’anni. Lì stiamo cercando di fare un lavoro abbastanza complesso perché il disagio è incancrenito. Il campo si trova ai margini della zona Molise Calvairate Ponti, una zona storicamente indigente e disagiata di grandi case popolari, ai margini della città.  E nella zona più decentrata e marginale di una zona che è già marginale c’è questo campo il cui perimetro è disegnato da un triangolo di vie di comunicazione: i binari dei treni disegnano i cateti e l’ipotenusa è chiusa da un vicolo cieco. Per cui il campo non si può espandere perché ci sono le linee ferroviarie e nessuno vi arriva se non gli abitanti del campo stesso.Questo significa che è destinato all’emarginazione.

Nel campo di via Bonfadini l’emarginazione e il disagio sono davvero incancreniti. Tra gli adulti c’è una percentuale impressionante di persone in carcere o agli arresti domiciliari; c’è una situazione di povertà non certo materiale, perché a nessuno manca da mangiare, ma immateriale, di disagio. Inoltre nel campo agiscono due forze opposte: da una parte una forza centrifuga, che espelle dal campo, che riguarda soprattutto le donne e i minori che rifiutano fortemente di vivere all’interno del campo e che vorrebbero una situazione abitativa diversa; dall’altra una forza centripeta, per cui c’è chi cerca di  rimanere nel campo, un po’ perché ha paura ad uscire e il campo diventa una forma di protezione da ciò che c’è fuori, un po’ perché per certi versi è anche una zona franca. E per questo motivo il campo, in qualche modo, alimenta alcuni percorsi devianti. Sicuramente vivere nel campo rende molto difficile  riuscire a fare un percorso di uscita dall’emarginazione. Alcuni degli abitanti del campo di via Bonfadini ora vivono in case popolari – alcuni le occupano abusivamente, altri invece ne hanno ottenuta una –, altri hanno provato ad andare a vivere in una casa popolare, non ci sono riusciti e sono tornati al campo. Sicuramente il campo, sia per quelli che ci vivono, sia per quelli che abitano nelle case popolari, costituisce ancora il centro nevralgico della comunità sociale.

Da chi è istituita la vostra equipe e che attività svolge?
L’équipe che si occupa dei rom è costituita da me e da tre educatori: poi abbiamo tirocinanti e volontari. Diciamo che in totale ruotano quindici persone, anche se la “cabina di regia” è costituita da quattro persone. L’attività è ugualmente ripartita tra campi regolari e campi abusivi. Ho sempre cercato di fare in modo che gli operatori si occupassero un po’ degli uni e un po’ degli altri. Credo che sia molto sano. I campi abusivi è un po’ come se fossero l’inizio di un percorso verso l’indigenza che poi gli abitanti di campi legali come quello di via Bonfadini palesano nella fase successiva. Come dire che se non si interviene con politiche sull’abitare fin da subito il percorso destinato è quello.

Il campo di via Bonfadini dimostra come il campo non sia la soluzione al problema dell’abitare. Tanto più se il campo è grande. E a Milano ce ne sono anche di più grandi di quello di via Bonfadini. I rom che vivono nei campi abusivi, poi, vivono in situazioni di emarginazione ancora più forte. Nelle baraccopoli che seguiamo noi qui a Milano la situazione è di profonda povertà anche materiale. Lì noi cerchiamo di rispondere alla primissima emergenza sociale: quella dei bambini che vivono in mezzo ai topi e ai rifiuti … Nelle baraccopoli sotto il  cavalcavia di Bacula e Rubattino ci sono situazioni davvero molto pesanti. Noi settimanalmente – anche più volte a settimana  – offriamo un servizio di assistenza igienico-sanitaria: accompagnamo le donne e bambini a un servizio docce, alla visita pediatrica e ginecologica. Per quanto riguarda i  minori, da tempo abbiamo attivato un servizio di accompagnamento all’inclusione scolastica, con un monitoraggio della frequenza e, in alcuni giorni della settimana, un servizio di doposcuola a scuola, per incentivare il percorso scolastico. Per quanto riguarda gli adulti, interveniamo per la tutela igienico-sanitaria d’emergenza, per a problemi che non si risolvono col servizio settimanale. Inoltre stiamo seguendo alcune famiglie progettando dei percorsi verso l’inserimento nell’ambito lavorativo e abitativo. Per esempio a stiamo portando avanti con la Fondazione Cariplo un progetto che mette a disposizione delle borse-lavoro. Sempre più spesso, inoltre, ci capita di fare da ponte con l’ente pubblico per l’inserimento in percorsi di protezione e tutela sociale; per esempio stiamo seguendo una famiglia che ha abitato nella zona della Bovisa e poi a Chiaravalle e che ha subito diversi sgomberi: siamo riusciti a portare a termine con il Comune di Milano l’inserimento della donna con i figli in una comunità di accoglienza e stiamo seguendo l’uomo nel percorso di inserimento lavorativo nella prospettiva che si possano ricongiungere in una casa comune.

Che progetti state portando avanti nel campo comunale di via Bonfadini?
Dal momento che il problema è che questo campo è un esempio di esclusione sociale allo stato puro e non ha nessun tipo di comunicazione con il territorio, quello che intendiamo fare col nostro intervento è portare il territorio nel campo e il campo nel territorio. Il territorio è ossigeno e noi dobbiamo fare in modo che le due realtà, campo e territorio, si parlino. La prima cosa che abbiamo fatto è stato conoscere molto bene il territorio – i comitati d’inquilini, le parrocchie, gli oratori, le varie associazioni di volontariato, le istituzioni – e cercare di portare gli adulti  a usufruire dei servizi che questo offre, creando alcune prime occasioni di conoscenza reciproca. Nello stesso tempo stiamo cercando di creare occasioni per portare persone del territorio all’interno del campo attraverso il volontariato, in modo tale che questo circuito di ossigeno cominci a funzionare. Lavoriamo molto con i minori e la scuola: ci sono, tra elementari e medie, circa trenta minori iscritti.  Lavoriamo insieme a due mediatrici culturali del campo e gestiamo uno “sportello scuola” con alcuni insegnanti delle elementari e delle medie, cercando di proporre ai minori anche attività extra-scolastiche sul territorio, concertate insieme alle scuole stesse. E gli adulti, in un certo senso, si ancorano alle traiettorie dei minori. Per cui, se un ragazzo del campo inizia a frequentare il doposcuola e conosce un altro ragazzo, le due famiglie riescono a parlarsi più facilmente. Questo moto che abbiamo cercato di innescare sembra dare i primi risultati, tenendo conto che siamo in questo campo solo da febbraio. Ma il percorso evidentemente è molto lungo e il lavoro da fare è con tutte le istituzioni, il Comune di Milano in primis. 

Che cosa pensa del “campo nomadi”? Pensa che sia il modello abitativo più adatto alla popolazione rom?
Quello che ci sembra certo è che il campo non è la soluzione, anzi il campo è pericolosissimo. Noi, per l’esperienza che ci siamo fatta in questi anni lavorando con i rom a Milano – quelli dei campi abusivi che sono appena arrivati e quelli che abitano da anni nei campi regolari – possiamo dire con certezza che il campo  non è la soluzione nemmeno temporanea all’abitare. Per pensarea ad una soluzione abitativa per i rom non bisogna lavorare sul modello “campo” ma sul nucleo familiare; il problema è capire qual è il nucleo familiare su cui lavorare: quello allargato, quello atomico? Se si considera il nucleo allargato intendendo i nonni con tutti i figli, ognuno dei quali con la propria famiglia, si ricrea ancora una volta un campo. Bisogna piuttosto prendere in considerazione i nuclei familiari ristretti, immaginando soluzioni abitative in cui ogni nucleo possa abitare abbastanza vicino agli altri nuclei della famiglia allargata: gruppi che abitino nella stessa casa popolare o nella stessa cascina, ma che non vadano mai oltre le 20-25 persone, perché oltre questo numero si ritorna a proporre situazioni di emarginazione e quindi di devianza, come quella del campo. Questa è sicuro.

Con le varie realtà che stanno lavorando sui rom – la Casa della Carità, la Caritas, la Cooperativa Azzurra… – avete dei tavoli sui quali discutete dei vari problemi? Vi incontrate, fate un lavoro comune, vi scambiate risultati?
Con la Casa della carità ci confrontiamo quotidianamente, perché abbiamo costituito insieme un’ATS; tra l’altro il campo di via Idro –  che è seguito dalla Casa della carità- e quello di Bonfadini hanno anche alcuni elementi di somiglianza, per cui ne discutiamo insieme e scambiamo informazioni. Con Caritas, che appartiene allo stesso mondo cattolico a cui anche noi apparteniamo, c’è uno scambio quasi costante; con la  Cooperativa Azzurra, invece,  abbiamo scambi solo nelle riunioni di coordinamento indette dal Comune di Milano. L’assessore Moioli è stata molto presente in questo periodo – da febbraio ci siamo già incontrati 4-5 volte –  e quando incontriamo lei incontriamo anche tutti i partner della cooperativa e ci scambiamo opinioni. Non c’è però un momento extra-istituzionale di confronto, a differenza che con la  Casa della carità e la Caritas, con cui c’è un rapporto più consolidato, che va anche oltre la questione rom.

Cosa ha prodotto la politica degli sgomberi attuata dal Comune di Milano e cosa pensate del patto di legalità adottato per il campo di via Triboniano e ora eanche per agli altri campi? E sugli sgomberi: cosa ha prodotto la politica degli sgomberi: cosa succede dopo il campo? Come si supera il campo? Come si esce dal campo di via Bonfadini, da via Idro, da Chiesa Rossa?…
È chiaro che non si può pensare di spostare mille persone dall’oggi al domani in situazioni abitative diverse. Credo vada fatto gradualmente. Per certi versi, un patto di legalità e socialità potrebbe anche essere, se ben impostato, un incentivo. Il “patto di socialità e legalità” dice che se non sussistono una serie di condizioni non ha senso la permanenza nel campo. E non sempre sussistono queste condizioni. Sono condizioni a mio avviso abbastanza ragionevoli.  Se mettiamo da parte  l’ideologia per cui far firmare un patto è un modo per discriminare; se non lo chiamiamo “patto di legalità e socialità” ma “regolamento di condomino” – e di fatto è un regolamento di condominio perché nella sua ultima versione è assolutamente moderato, equilibrato – potrebbe essere un modo per dire che chi non sta a certe regole non può essere sostenuto. Dopodichè, credo che il passaggio a condizioni abitative diverse debba essere graduale. I campi comunali sono temporanei, non sono definitivi.  Tranne quello di Chiesa Rossa, gli altri sono stati pensati per essere temporanei. Questo significa che dovrebbero venire gradualmente chiusi e che gradualmente si dovrebbero offrire soluzioni abitative diverse ai residenti. Se per chi lavora, per chi comincia ad avere una situazione economica adeguata, si immagina un trasferimento graduale in case popolari o in affitto, va benissimo. Allora man mano che le famiglie che hanno trovato una situazione fuori dal campo escono, se non si dà la possibilità ad altri di abitare le case che rimangono disabitate, nel campo non rimane più nessuno. A quel punto i campi si possono chiudere.  Ma bisogna offrire a quelli che oggi sono gli abitanti soluzioni abitative diverse, che facilitino percorsi di inclusione sociale. Abitare in una casa popolare, senza avere un campo a cui fare riferimento, obbliga a stare in mezzo alla diversità e questo aiuta il percorso di inclusione nella società.

Io sulla possibilità di destinare ai rom le  cascine non sono entusiasta perché la cascina è situata in una zona tendenzialmente fuori rispetto al circuito urbano, fuori dal paese, e questo sinceramente un po’ mi preoccupa. Io immaginerei percorsi di inclusione nella città, nel paese, dentro, non ai  margini.  Per non escludere, ancora una volta.  Inoltre la cascina,  con la sua stessa conformazione architettonica, con il cortile, tende ancora una volta a costituirsi come qualcosa che raccoglie un dentro e chiude rispetto a un fuori. Se per certi versi questo va incontro a certe caratteristiche che non tutti, ma alcuni gruppi rom hanno,  dall’altra parte ancora una volta rischia di alimentare l’esclusione, e sappiamo che l’esclusione porta molto spesso con sé anche la devianza.

Siamo d’accordo sul fatto che i campi abusivi non siano la risposta e vadano chiusi, però è importante farlo solo quando si hanno soluzioni alternative. Alla Bovisa abbiamo costituito, insieme a un gruppo di associazioni del territorio, un  “gruppo per la Bovisa solidale”, chiedendo con un documento alla Giunta comunale, firmato dal Consiglio territoriale e dal nostro comitato, che lo sgombero del campo non sia uno sgombero cieco, senza alternative, programmate prima, sulla destinazione delle persone sgomberate.  Uno sgombero cieco è una violazione dei diritti delle persone. Se invece si mette in atto un piano strategico per soluzioni abitative altre, allora va bene sgomberare.  Se sgomberare è abbattere le baracche vuote perché le persone hanno trovato soluzioni abitative dignitose, va bene. Se è sgombero per lasciare la gente in strada non va bene.  In un’intervista a Repubblica di un mese fa dicevo che gli sgomberi vengono fatti in nome di un principio di sicurezza mentre, dal mio punto di vista, ottengono l’effetto opposto: lo sgombero crea un senso di profonda insicurezza nella popolazione rom, che si scoraggia rispetto ad alcuni primi risultati di inclusione positiva he sono stati raggiunti. Facciamo l’esempio di  una famiglia in cui il figlio si è inserito a scuola, il marito comincia a lavorare, la donna comincia a conoscere il territorio e la ricchezza che può portare; se questa famiglia viene sgomberata e deve trasferirsi, il figlio viene disarcionato dalle scuole e succede che la seconda volta la famiglia avrà meno voglia di iscriverlo a scuola, l’uomo avrà meno voglia di ricercarsi un lavoro, la donna avrà meno voglia di ricercarsi una rete solidale nel territorio. E il rischio è che, con gli sgomberi,  la minor voglia diventi la voglia di fare altro e intraprendere percorsi devianti e  delinquenziali. Lo sgombero  così paradossalmente porta anche ad aumentare l’insicurezza degli italiani stessi, della società maggioritaria. Questo è il paradosso dello sgombero.

Le zone sono sempre quelle: Bacula, Chiaravalle, Ribattino. Sono questi i territori che vengono occupati e le baraccopoli crescono e diminuiuscono a seconda dei momenti. Si fanno gli sgomberi e non si ottiene niente, se non peggiorare le condizioni di vita di chi viene sgomberato.

È una situazione così drammatica che bisognerebbe denunciarla con forza però il problema è che quando la denunci l’unica cosa che ottieni è lo sgombero. Più dai visibilità, più ottieni il risultato opposto…
Così è stato per la Bovisa. Paradossalmente bisogna stare zitti. È pazzesco.Quella alla Bovisa è stata un’esperienza incredibile, nonostante ci fossero state riunioni con i cittadini della zona in cui davvero si era mosso tanto. Con l’esperienza della Bovisa era iniziato qualcosa di nuovo nella concezione del processo di accoglienza. Parliamo di una zona in cui si erano stanziati 600 rom! Si era mosso davvero qualcosa di importante. Poi è andata come è andata. Il luogo non era quello giusto, però si è visto che se non c’è il desiderio di escludere e c’è qualcuno che riesce a fare da ponte, da mediazione, delle cose si riescono a combinare.

Era l’epoca della campagna elettorale. Lo sgombero fu fatto in tre tranche successive e tra una e l’altra veniva creato un senso di tensione molto forte, per cui la gente se ne andò via man mano e con l’ultimo sgombero, che fu quello definitivo, delle 600 persone che ci stavano all’inizio, ne saranno rimaste neanche un centinaio. La tecnica dello sgombero è questa: annunciarlo continuamente alzando la tensione in modo tale che gli occupanti si autosgomberino da soli. Continuo ad annunciarlo, creo forte tensione, lo rimando al giorno successivo; loro stessi si rendono conto che non possono vivere sotto un allarme continuo, per cui se ne vanno, salvo poi tornare nel posto da cui erano stati sgomberati, passata la tensione.

Generalmente c’è una fase di dispersione iniziale in cui gli sgomberati vanno dai parenti che stanno in altre zone, implementando così campi già esistenti. Poi, con l’acquietarsi della tensione, tornano. Ormai ogni gruppo è legato a un particolare territorio, per cui ci sono famiglie che gravitano nella zona di Bacula, altre in zona Rubattino, altre in zona Chiaravalle e tendenzialmente stanno lì. Con lo sgombero confluiscono in altre zone, per poi tornare. E questa è un’ulteriore conferma del fatto che i rom non sono strutturalmente nomadi.

Hanno una strategia comune nella scelta di stanziarsi in un dato territorio? Tra di loro comunicano la loro strategia?
Non credo sia una strategia, è piuttosto una necessità, perché le zone sono quelle, il numero di persone è quello e si abita questi territori dividendoseli in maniera equilibrata. Concentrasi  tutti in un luogo non conviene e l’esperienza di Bovisa l’ha dimostrato. Anche quella di Triboniano. Però  quella è finita bene, mentre  quella di Bovisa è finita male, con gli stessi numeri. L’insediamento di Triboniano è cresciuto in un momento più fortunato, in una zona più fortunata ed è diventato un grande campo regolare. Quello di Bovisa era nella zona sbagliata, nel momento sbagliato e hanno sgomberato tutto. Però, ormai, le zone sono quelle. C’è una certa affezione legata anche alla conoscenza dei luoghi, non del campo ma del territorio: quella famiglia conosce molto bene quella zona e il luogo dove andare a fare elemosina, il luogo in cui andare a comprare, in cui andare a prendere i vestiti, i vari banchi alimentari, e così via.

La comunità che si è creata a Bacula da dove viene? È partita da una stessa zona della Romania?
Sì, vengono tutti dalle stesse zone, intorno a Craiova. Non sono tutti dello stesso ceppo: si distinguono tre o quattro ceppi familiari che poi tornano e vengono dalle stesse zone.

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