Incontro con suor Claudia Biondi

dicembre 18, 2008

Suor Claudia Biondi,
Responsabile area Rom e Sinti, Caritas Ambrosiana
Milano, 27 ottobre 2008

 Può raccontarci quando e perchè è nato il campo comunale di via Novara?
Il campo di via Novara nasce nell’agosto del 2001 dopo che la situazione del campo in via Barzaghi dove vivevano le due etnie trasferite in via Novara – macedoni e kossovari –  era divenuta insostenibile.
L’area di via Barzaghi, in cui si trova l’attuale campo di via Triboniano, aveva subito una serie di occupazioni dalla fine degli anni Ottanta – forse anche qualche anno prima –. Gruppi di etnie diverse si  erano insediate in quell’area in semi-abbandono,  situata tra il  Cimitero Maggiore e i magazzini ferroviari.
Nel ‘98 ci fu un sgombero e noi come Caritas Ambrosiana fummo chiamati per un intervento di emergenza. Intervenimmo in aiuto di una piccola comunità di rom-kosovari rimasta praticamente abbandonata, portando generi di prima necessità. Da allora cominciammo a occuparci di questa comunità, che all’inizio era di circa 50 persone e poi pian piano iniziò a crescere.
I kossovari si erano installati vicino a un gruppo di macedoni, e a fianco di questo gruppo c’era un altro gruppo di kosovari. Questi tre gruppi nel 2001 furono trasferiti nel campo di via Novara. In via Barzaghi, rimase invece il gruppo di rom-bosniaci.
Questa decisione fu presa dal  Comune dopo circa due anni di trattative, di discussioni, di proposte.
L’allora assessore Del Debbio incontrò ripetutamente noi, i comitati dei cittadini con cui avevamo fatto alleanza e le comunità rom –,  e si ragionò molto su come realizzare una situazione abitativa un po’ più dignitosa. Nonostante tutto questo l’8  agosto il gruppo di rom macedoni e quello di rom kossovari furono trasferiti nel nuovo campo di via Novara, in piccoli container. I container erano stati disposti in fila, come in un campeggio, cosa che non rispettava assolutamente  la struttura delle varie famiglie, e potevano ospitare fino a sei persone mentre la composizione delle famiglie era diversa.  Non c’era l’allacciamento idrico nè quello elettrico. Ai bordi del campo rettangolare c’erano delle cannelle per l’acqua. E c’erano delle docce all’aperto, come in campeggio.
Furono trasferiti lì in agosto e cominciarono ad abitare nei container, senza verde e senza ombra. Si adattarono comunque e portarono le loro cose.  
Dopo più di un anno, con un intervento molto forte di Caritas, con la fideiussione, eccetera, si riuscì ad avere l’impianto elettrico e i vari allacciamenti.
Oggi, a distanza di sette anni, i container non sono più abitabili. Normalmente la vita media di un container non supera i cinque anni, e questo vale per  i container abitati dagli operai nei cantieri, non per quelli abitati da famiglie 24 ore su 24, come in questo caso.  Soprattutto l’impiantistica non regge più.
Le fogne, che non hanno quasi mai funzionato, attualmente sono saltate e gli abitanti stanno vivendo una situazione veramente molto difficile. Gli interventi dell’ ASL non hanno portato nessun effetto concreto. Tutti i cavi hanno le guaine rosicate dai topi. 
Non abbiamo difficoltà a dichiarare che la situazione attuale del campo e delle sue infrastrutture è abbastanza problematica. Abbiamo chiesto più volte l’intervento della ASL e abbiamo sottolineato più volte al Comune le sue responsabilità rispetto alle condizioni prive di dignità in cui queste persone vengono lasciate, ma al momento non ci sono prospettive di intervento e le persone continuano a vivere nel campo con grande difficoltà.
Come erano composte le comunità che si sono trasferite in via Novara e quante persone erano in origine?
Le due comunità che si sono trasferite erano di circa 200 persone, di cui il 50% minori, con il gruppo kosovaro suddiviso in due grandi famiglie – o gruppi di persone con legami famigliari – e il gruppo macedone più omogeneo.  Da una parte alcuni nuclei familiari, recentemente,  si sono allontanati dal campo perché hanno trovato altre collocazioni abitative in proprio – appartamenti, casette – dall’altra  ci sono stati nuovi arrivi e  alcuni nuovi nuclei si sono costituiti.  I ragazzi maschi, solitamente, sposandosi costituiscono il proprio nucleo famigliare nella famiglia paterna . Adesso abbiamo più o meno 250 persone, di cui, sempre,  più del 50% sono minori.
Quali attività avete svolto negli anni nei confronti di queste comunità?
All’inizio è stata un’attività di primo intervento ma da subito, nel giro di dieci giorni da quando abbiamo conosciuto questa comunità, abbiamo cominciato a lavorare anche per la loro regolarizzazione.
Era il periodo della guerra in Kosovo, delle persecuzioni nei confronti dei rom… erano scappati seguendo le rotte dei profughi, nonostante alcuni di loro avessero già delle reti qui in Italia. Molti erano sbarcati al sud tra Brindisi, Bari, Lecce, la zona costiera della Puglia.
Nei primi mesi, il grosso del lavoro che abbiamo fatto è stato quello di ricostruire le loro situazioni per riuscire a ottenere lo status di rifugiati. La maggior parte di loro ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che poi è stato tramutato in permesso di soggiorno per lavoro; altri hanno ottenuto lo status di rifugiato, altri ancora un permesso di soggiorno per il ricongiungimento familiare.
Questo è stato il lavoro che ci ha visti impegnati maggiormente e che tuttora ci vede impegnati perché, tranne che per quelli che hanno il permesso come rifugiati, per tutti gli altri c’è bisogno di continui rinnovi.
L’altro grosso lavoro che abbiamo fatto è stato quello di farli  passare da una situazione di abitare irregolare a quella di  abitare regolare e per far questo abbiamo messo insieme una rete di soggetti tra cui anche i Comitati di zona. Abbiamo lavorato fianco a fianco perché era interesse di tutti che quest’area non diventasse terra di nessuno, che le presenze nel campo a mano a mano diminuissero e che i suoi abitanti trovassero collocazioni nella città più adatte e un po’ più dignitose.
Abbiamo lavorato in modo molto forte con le scuole per l’inserimento dei ragazzini. In un primo tempo con i minori abbiamo fatto anche delle attività al campo, sia di alfabetizzazione che di gioco e tempo libero.
Finché erano nel campo di via Barzaghi la nostra presenza e la nostra attività c’era ma non era regolare. Poi, dal momento in cui la comunità si è trasferita in via Novara, a gennaio, abbiamo stipulato una convenzione con il Comune per la gestione di alcune attività all’interno del campo. A grandi linee, la convenzione con il Comune di Milano prevedeva l’accompagnamento dei bambini per la regolarizzazione scolastica, la nostra presenza all’interno del campo per facilitare la convivenza, l’accompagnamento agli adulti per la ricerca di attività lavorative, per l’educazione alla salute e l’utilizzo dei servizi sociali e sanitari. 
In realtà abbiamo lavorato molto con i minori: con i più piccoli, con il gruppo delle elementari, ma soprattutto con gli adolescenti. Chi va alle scuole elementari ha il tempo pieno quindi non ha molto spazio per fare altro,  mentre ci sembra che sia importante lavorare con i ragazzini delle medie per facilitare la frequenza scolastica che proprio alle medie cala e per facilitare l’apprendimento.  Uno dei grossi problemi – e questo vale per le elementari ma soprattutto per le medie – è che, anche se  il livello scolastico  dei ragazzini del campo non è lo stesso degli altri, vengono comunque promossi e così si allontanano dalla scuola. È un processo che stiamo tentando di interrompere, cercando fare in modo che  piano piano arrivino ad avere gli stessi livelli degli altri ragazzini. Facciamo con loro dei percorsi di sostegno didattico, a volte concordati con gli insegnanti e con le scuole – quando ci stanno – altre volte gestiti dagli educatori e dalle educatrici, con laboratori di poesia, attività di conoscenza della città, gite… in modo da offrire occasioni di divertimento e insieme strumenti per conoscere e utilizzare della città.
Abbiamo avuto una convenzione annuale col Comune fino al 2006. Nel 2007 una semestrale e nel 2008 c’è stato un bando, per partecipare al quale abbiamo costituito un ATS con una cooperativa. Quindi adesso abbiamo una gestione con più ore a disposizione rispetto a quella che avevamo precedentemente, ma con competenze più ampie.
L’altro intervento importante che stiamo portando avanti, accanto a quello coi minori, è quello con le donne. Con le donne abbiamo fatto, e stiamo facendo, una serie di attività che riguardano da un lato il tema dell’alfabetizzazione,  perché sono donne che non conoscono l’italiano o che addirittura non sono alfabetizzate. Con molte di loro abbiamo avviato un percorso di emancipazione, partendo semplicemente dall’imparare a fare la propria firma,  quindi ad avere uno spazio solo per loro, in cui fare delle cose per se stesse.  Il percorso ha dato frutti insperati. Abbiamo organizzato più corsi: il primo corso, all’interno del campo, in cui 8-9 donne hanno imparato a fare la propria firma; poi altri due corsi – uno di taglio e cucito e l’altro di cucina – che hanno avuto luogo metà all’interno del campo e metà in un centro di formazione del Comune. Le donne hanno frequentato e i corsi hanno funzionato benissimo e sono stati riproposti anche quest’anno. Vedremo quello che riusciremo a fare. Abbiamo inoltre avviato interventi di carattere sanitario e con il consultorio di zona abbiamo organizzato degli incontri con le donne per l’igiene e per la cura dei bambini. Il lavoro con la parte femminile del campo sta funzionando bene. Le donne sono la parte del campo che ha maggiore interesse a emanciparsi per trovare delle opportunità diverse, perché sono le più vessate in una cultura essenzialmente maschilista e patriarcale.
Con gli uomini il lavoro che facciamo, oltre a quello di cercare con loro di ottenere la regolarizzazione, è quello di vedere se ci sono delle offerte lavorative per chi non sta lavorando.
Con loro vengono affrontati anche i problemi di carattere generale:  il problema dell’energia elettrica, quello dell’accesso al campo, i problemi di convivenza e poi il discorso sui minori.  Perché nel momento in cui si lavora con i minori, non si può prescindere dal coinvolgere anche gli adulti nel progetto, altrimenti non funziona. 
Quali sono lei le prospettive per il futuro degli abitanti del campo?
 Mi piacerebbe sapere quale sarà il futuro degli abitanti di questo campo… É un grosso problema. Da due anni abbiamo assistito a una caduta di motivazione all’interno del campo. Abitare nel campo è sempre stata considerata da tutti una scelta transitoria in attesa di un abitare migliore. Ed è in questa prospettiva che abbiamo considerato la frequenza dei ragazzi a scuola, gli inserimenti lavorativi, il rispetto nell’abitare il campo, la frequentazione di spazi esterni come le parrocchie della zona. Le attività che organizziamo per i ragazzi infatti non sono mai all’interno del campo, ma sempre in strutture altre perché vogliamo portare avanti un percorso di integrazione; mentre se tutto viene fatto all’interno del campo, i confini – che poi sono confini invisibili – non si rompono mai.  
Dopo cinque anni le strutture sono diventate sempre più fatiscenti, anche se tutti gli abitanti del campo hanno inglobato il container in  una struttura abitativa più ampia, costruendo tettoie e tutta una serie di strutture che ha permesso che il container “durasse” fino a oggi, perché altrimenti sarebbe crollato molto prima. 
Per la costruzione di queste strutture gli abitanti sono stati denunciati per abusivismo edilizio ma tutti i processi sono stati vinti perché è stato dichiarato lo stato di necessità. Le varie strutture non sono state condonate ma “ammesse”, per il fatto che sono state costruite per un bisogno reale, per poter vivere in modo dignitoso. A questo proposito c’è stata una sentenza che ha fatto giurisprudenza. Anche questo è stato un lavoro importante che abbiamo fatto con tutte le famiglie.
Abbiamo sempre portato avanti l’ipotesi che la residenza nel campo fosse solo transitoria, ma una transitorietà che sta durando sette anni non è più transitorietà. Tutti hanno fatto domanda di casa popolare e solo una famiglia in tutto il campo è  riuscita ad ottenerne una. Hanno visto che i ragazzini hanno fatto la terza media e la situazione non è cambiata… In più il campo è sempre più fatiscente. Il problema delle fognature, giustamente, li ha messi in uno stato di prostrazione e hanno perso la fiducia nei nostri riguardi.
Il campo sta vivendo una fase di grande inquietudine,  nonostante in questo momento ci sia un’attenzione maggiore da parte del Comune, perché c’è stato il bando per la gestione di tutti i campi e gli abitanti non hanno visto nessun ritorno positivo per la loro situazione. In più, il fatto che la polizia vada lì per fare censimenti più o meno ufficiali non li rende molto contenti. Nel campo ci sono alcune situazioni che dal punto di vista legale rimangono al limite tra il regolare e l’irregolare:  in questo momento alcune donne pur essendo sposate con rito rom, non risultano sposate ufficialmente con documenti fatti in Kossovo, e questo comporta delle difficoltà per il permesso di soggiorno per ricongiungimento famigliare.
È un momento, non dico di stagnazione, ma di difficoltà per quanto riguarda soprattutto il rapporto con gli adulti, perché con i ragazzi è più facile.
Qual è, secondo la Caritas, l’ipotesi di uscita da questa situazione?
Il Comune deve decidere cosa fare di questa struttura, tenendo conto che non è una struttura sanabile. Devono assolutamente decidere se fare un altro campo, ma molto più ampio e dignitoso perché effettivamente questa doveva essere solo una struttura di emergenza. Oppure potrebbero pensare, come era stata la prospettiva iniziale, di dare degli alloggi popolari. Questo é il sogno di tutti ma gli alloggi non ci sono per nessuno. Si sa che nell’ultimo bando c’erano 17000-18000 richieste, a fronte di forse un migliaio di appartamenti disponibili,  non tutti abitabili… Quindi la prospettiva può essere solo quella che alcuni di loro riescano a trovare un appartamento sul mercato privato. Stanno cercando e c’è una famiglia che ha comprato una cascina e che adesso sta cominciando a risistemarla. Un’altra famiglia, che avrebbe trovato un’altra struttura sempre sullo stile cascina, sta cercando un mutuo per poterla acquistare e cominciare la ristrutturazione. Quindi, insomma, ci sono alcune prospettive di carattere individuale, dei singoli nuclei familiari.  Per quanto riguarda la maggioranza degli abitanti del campo, l’unica soluzione potrebbe essere uno spostamento in una situazione abitativa migliore rispetto a quella che stanno vivendo. Perché questo modo di abitare ha tante conseguenze. É chiaro che il campo di via Novara finché rimane così, nonostante tutti gli sforzi che si possono fare, rimane un ghetto, con tutte le caratteristiche del ghetto: protettivo per chi vi abita e fonte di identità rispetto a un esterno che invece rischia di essere vissuto solo come disagio.

 

 

 

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