Il campo “tollerato” di via Bonfadini 38, angolo via Zama

dicembre 15, 2008

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(@2008 google – Immagini @2008 digitalGlobe, Cnes/Spot image, GeoEye)

Il piccolo campo si trova nell’area demaniale situata tra via Bonfadini e via Zama, contigua all’impianto di trattamento di rifiuti solidi dell’Amsa e alla ferrovia.  
Il campo fu istituito nel 1985 come “campo di sosta provvisorio” per un periodo di due anni  per ospitare un gruppo di famiglie  di rom abruzzesi, stabiltesi a Milano negli anni Sessanta. Quando nel 1987 fu realizzato il campo di via Bonfadini 39 – situato dal lato opposto dei binari –  fu chiesto alle famiglie di trasferirsi nel nuovo campo, ma una di queste si rifiutò di farlo continuando a risiedere nell’area. Il campo è a tutt’oggi abitato, senza un’autorizzazione ufficiale, da nove nuclei di quella stessa famiglia.
Il  campo non è recintato ed è costituito da una decina di abitazioni in legno e muratura, alcuni container e alcune roulotte disposte in modo irregolare su di un piazzale di cemento. Tutte le case sono a un piano, mediamente di due-tre locali  e hanno l’allacciamento all’eletricità e all’acqua. Alcune hanno un portico in muratura o un piccolo giardino. Rispetto al campo di via Bonfadini 39 – che si trova dal lato opposto dei binari ferroviari – l’insediamento è meno denso, le unità abitative sono nettamente separate le une dalle altre e c’è ampio spazio per il parcheggio delle auto e la mobilità all’interno del “villaggio”. Ha meno l’aspetto di enclave chiusa e introversa e l’impressione generale è quella di una qualità abitativa relativamente migliore. 

Rumany Cerelli, abitante del campo e mediatrice sanitaria
Noi col quartiere non abbiamo problemi. Siamo cresciuti qui. I ragazzi vanno a scuola e i loro compagni vengono trovarci.  Qui abita solo la nostra famiglia. Siamo dieci fratelli con le rispettive famiglie. Se i ragazzi si sposano restano qui, magari si aggiunge un camper…
Quando siamo arrivati a Milano che ero una bambina – trenta, trentacinque anni fa – venivamo, ci fermavamo un paio di mesi e poi tornavamo in Abruzzo. Il Comune ci lasciava stare. Mio papà vendeva i cavalli… Poi mio fratello ha cominciato a fare i primi lavoretti e i bambini andavano a scuola e ci siamo fermati…Il Comune ha fatto un gabinetto, una baracchetta di lamiera con un buco. L’Amsa ci ha allungato un tubo con l’acqua… 
In Abruzzo avevamo un casa, a Pescara, poi l’hanno venduta. Da 23-24 anni siamo in questo terreno comunale e ci siamo costruiti la nostra casetta  e il tribunale ci ha riconosciuto il diritto farlo, anche perché siamo tranquilli, lavoriamo, i bambini vanno a scuola . Qualcuno è andato nella casa popolare, ma noi che siamo più vecchi preferiamo stare qui. C’è spazio all’aperto, facciamo le nostre feste, suoniamo: musica gitana, napoletana e latinoamericana.   
Molti dei nostri ragazzi studiano, c’è chi fa la terza, la quarta superiore. La mentalità dei genitori è cambiata, non sono più chiusi come una volta. I ragazzi non si sposano più giovani. Noi non facciamo i matrimoni combinati come gli slavi e i rumeni. Gli italiani, gli spagnoli e gli ungheresi non fanno queste cose…
Io sono mediatrice sanitaria, lavoro all’ASL. Prima c’era l’Opera Nomadi, adesso il mio riferimento diretto é l’ASL e i nostri bambini vanno a scuola come tutti, senza mediazione. 
Il Comune non ci dà niente, noi paghiamo la luce, ognuno ha il suo contatore. L’unica richiesta che vorremmo fare al Comune è che ci lascino in pace. Girava la voce che qui dovevano farci un canile… 
Nel campo ci sono cinque o sei casette, tutte hanno una cucina, il bagno, due camerette. Noi abbiamo fatto questa veranda e la casa è più grande perché è la casa della mamma. Qui ci riuniamo tutti. Mia sorella abita in questa roulotte sotto la veranda perché riesce a dormire solo qui.  
Il terreno è demaniale e il campo non é autorizzato ma è tollerato perché non dà problemi. Quello dall’altra parte della ferrovia invece è autorizzato ed abitato da altri rom abruzzesi ma è un casino, non è pacifico come questo. Sono prepotenti. I ragazzi fanno i dispetti. A un’animatrice hanno rotto i vetri della macchina. Io dico sempre: se vuoi essere rispettato devi rispettare. È vero che siamo sempre stati vittime, che ci hanno sempre maltrattato, ma se tu dimostri ostilità peggiori la situazione. Anche se é vero che ovunque andiamo ci guardano male… I nostri giovani non devono fare come i nostri nonni, che si chiudevano, devono invece cercare il dialogo … se i nostri ragazzi frequentano i vostri, escono insieme, vanno a ballare e al cinema insieme, anche i vostri ragazzi inizieranno a conoscerci per quelli che siamo. Le nostre ragazze a scuola tempo fa hanno fatto un lavoro teatrale sulle nostre tradizioni. Hanno scritto i testi, fatto i costumi, un bellissimo lavoro… 
In questo campo gli uomini lavorano: uno fa il piastrellista uno lavora con il muletto, uno dei miei fratelli commercia ancora i cavalli come il padre. Ha un socio che ha una cascina e li vanno a comprare anche al sud. 

(Il sopralluogo al campo è stato effettuato il 14 ottobre 2008)

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