Campus Rom

aprile 12, 2008

per Stalker/ON Lorenzo Romito

Riflessioni e percorsi nell’ambito del seminario internazionale Plans & Slums
Un’esperienza itinerante tra Roma e Belgrado
a cura di Stalker/ON

Come innescare una dinamica che inverta il secolare processo di discriminazione, odio e rifiuto che rende oggi inimmaginabile solo pensare a nuove e reciprocamente rispettose forme di coesistenza tra popolazione rom e gagè?
Come uscire dal binomio campi di concentramento, baraccopoli–discarica che sembra ormai essere le uniche forme abitative ancora tollerate dalla nostra società per i Rom?
Come invertire il circolo vizioso e autoalimentante che a partire dalla discriminazione verso i Rom, rende analfabetizzazione, emarginazione economica, emergenza abitativa, carenze igenico sanitarie, illegalità e rifiuto sociale, problemi inscindibili e stante le condizioni attuali irrisolvibili?
Come impedire che tale circolo vizioso si estenda includendo nel rifiuto sociale verso i Rom il rifiuto verso la diversità e la povertà in genere? Oggi tutti i Rom sono poveri, presto tutti i poveri saranno Rom?
Come impedire che l’assuefazione a tale situazione, che impedisce anche solo di vedere quanto razzista e criminale sia l’abito sociale verso i Rom, non trasformi la discriminazione in persecuzione e quindi la nostra società in un sistema repressivo di cui l’intera società civile diventerebbe vittima?

Si tratta di ristabilire una ecologia tra romani e rom che permetta – a partire da un riconoscimento reciproco – di ristabilire forme di dialogo, scambio, apprendimento e arricchimento, per raggiungere quel rispetto che è alla base del ripristino della legalità e del diritto.

Affrontare l’emergenza abitativa dei Rom non può prescindere da tutto ciò.
Per dirla con G. Bateson: “Tutti i provvedimenti ad hoc non sono in grado di correggere le più profonde cause delle difficoltà, e, peggio ancora, permettono di solito a quelle cause di rafforzarsi e di allearsi” (Gregory Bateson, “verso una ecologia della mente” Chandler, 1972. Milano1977, 2001).

Come ci ha detto – presso il memoriale del misconosciuto genocidio dei Rom al Divino Amore – don Bruno Nicolini, un sacerdote che ha vissuto a lungo con i Rom e da loro profondamente rispettato, dobbiamo capire il senso, in una prospettiva planetaria, di quello che può essere il contributo di questo popolo così pervicacemente resistente nell’irrinunciabile processo ecologico di trasformazione umana e sociale che stiamo vivendo. Dobbiamo capire cosa possiamo apprendere da loro che possa contribuire a salvare la civiltà umana.

In maniera meno profetica e qui si più disciplinare, credo che da urbanisti e architetti dobbiamo capire come la questione abitativa dei Rom possa aiutarci ad affrontare la più generale crisi abitativa della nostra città, caratterizzata dal riapparire delle baraccopoli, dall’espulsione dei ceti medio bassi dalla città coinvolgendo territori sempre più ampi nella “dimensione metropolitana”, dall’estendersi del patrimonio immobiliare sfitto e dalla sempre più grande fame di case popolari.

Queste riflessioni sono state in parte premessa ed  in parte i primi risultati del percorso di ricerca e formativo istruito con il seminario itinerante “Campus Rom” che ha portato docenti, studenti e ricercatori di decine di paesi diversi attraverso alcuni “campi nomadi” e baraccopoli della città di Roma e poi nella ex-Jugoslavia, da Belgrado a Skopije attraverso quartieri, villaggi e baraccopoli, fino a Shutka, municipalità di Skopije interamente abitata da Rom e dove anche il sindaco è Rom.
Il seminario è stato organizzato da Stalker/On e Urban Body, con la Facoltà di Architettura Roma 3, con l’Università di TU – Delft e in collaborazione con l’Università di Belgrado, la KTH di Stoccolma e l’ufficio UN-Habitat di Belgrado.

Certo sia la discriminazione dei Rom che l’emergenza abitativa non sono problemi circoscritti alla città di Roma ed anzi devono essere necessariamente inquadrati nei loro contesti di riferimento.
Per quanto riguarda i Rom tale contesto è quello europeo, è infatti importante tenere a mente che i Rom rappresentano l’unica realtà transnazionale d’Europa e quindi in qualche modo un termine di riferimento fondamentale nel processo di integrazione europea, a questo riguardo è interessante comprendere quale contributo ci possono dare i Rom nel divenire di una identità transnazionale. Anche per questo abbiamo scelto di visitare la realtà Rom non solo a Roma ma anche nella ex Jugoslavia. La loro trasversalità a cavallo dei confini si Shenghen è una gran parte del problema, determina ad esempio il loro essere ritenuti stranieri e risultare irregolari anche se spesso nati in Italia o vissuti perlopiù in Italia. Circa il 70% dei rom considerati stranieri in Italia è originario di quei luoghi, molti di loro si trovano ad essere invisibili, non riconosciuti in Italia e nemmeno dagli stati etnici nazionali nati dalla frantumazione dell’Ex Jugoslavia. Vittime di una guerra che non gli appartiene, estremo tessuto connettore tra popoli divisi. Nei balcani abbiamo sicuramente appreso che in Europa i Rom non possono essere considerati stranieri, né nomadi, abbiamo visitato quartieri e villaggi Rom da centinaia di anni, ma anche compreso l’importanza che i Rom possono avere sia nel processo di disintegrazione jugoslava che nel processo d’integrazione europea.

Per quanto riguarda la crisi abitativa, questa va necessariamente inquadrata a scala planetaria dove l’ impressionante crescita dell’urbanizzazione e degli slums in tutti i paesi del mondo costituisce la più importante emergenza ecologica e sociale di oggi e dove le previsioni di grandi spostamenti di persone legati ai conflitti e ai cambiamenti climatici configurano la più grande scommessa per la civiltà urbana e per l’umanità tutta. In questo senso è stato molto utile vedere in paesi come la Serbia e la Macedonia, sospesi tra Europa e il resto del mondo quanto più avvertite e radicali siano le pratiche di intervento sulla questione abitativa, ci ha fatto comprendere come enti sovranazionali quali UN – Habitat, L’Osce e l’Unione Europea, sostengono e favoriscono strategie di intervento con modalità molto innovative. Partecipazione, autocostruzione, perimetrazione e legalizzazione degli insediamenti illegali, rifiuto della pratica dello sgombero, creazione di microinsediamenti, approcci innovativi e interessanti, spesso fortemente ridotti negli esiti, dal peso e dal costo della burocrazia, approcci che purtroppo non vengono proposti o imposti al di qua dei confini di Shenghen.
 
Prima di lasciar spazio al diario di viaggio vorrei provare a tracciare alcune linee guida in merito all’approccio che abbiamo proposto per questa ricerca.
Come introdurre in una realtà così marginale, complessa e a loro estranea decine di studenti europei, asiatici e sud americani? Come approfittare di questa nostra costitutiva molteplicità e diversità? Come far diventare tante singolarità un soggetto il cui viaggiare produca esperienza e identità inedite necessarie per interrogarsi sulla stessa possibilità della conoscenza di una questione così complessa? Come inventare un rapporto inedito con i Rom che ci permetta di stabilire una relazione di reciproco rispetto e di ascolto, che ci permetta di apprendere da loro senza ricadere negli stereotipi della sclerotizzata relazione Rom-gagè?

Non una risposta a così tante domande ma una intuizione su come iniziare, in linea con il modo di approcciare le realtà da investigare da parte di Stalker-ON. Ci siamo così proposti noi stessi come una comunità itinerante ed in divenire, un soggetto da investigare nel suo investigare, abbiamo tagliato i ponti con la nostra normalità, siamo diventati altro, estranei ma partecipi, ci siamo spaesati per risultare spaesanti. Per dirla con F. Verela: “Scoprire che una unità si separa da uno sfondo mediante le proprie azioni è una esperienza comune che in genere associamo agli esseri viventi. Fin dalla antichità il termine autonomia è servito a disegnare questa esperienza. (..) La controparte concettuale dell’autonomia, il controllo, può essere precisata, ma l’autonomia no. (..) La chiave sta nel capire che l’autonomia è l’espressione di un tipo particolare di processo. Questo tipo di processo è esattamente quello raffigurato da Escher (nella litografia in cui due mani si ergono dal foglio di carta disegnandosi reciprocamente), parti che reciprocamente specificano se stesse”.
Così la scelta di proporsi come una comunità di estranei, itinerante e molteplice, caratterizzata dai nove camper affittati per avvicinarsi in maniera inedita alle comunità Rom, ha costituito uno stratagemma per impostare la relazione con gli studenti e con i Rom su basi inedite in grado di aprire uno squarcio nei consolidati schemi di relazione.
Ancora Varela: “La tradizione vuole che l’esperienza sia un fatto oggettivo oppure soggettivo: il mondo esiste e noi possiamo vederlo così come realmente è, oppure attraverso la nostra soggettività. Ma se seguiamo il filo conduttore della circolarità e la sua storia naturale, possiamo guardare a questa opzione da una prospettiva differente: quella della partecipazione e dell’interpretazione in cui soggetto ed oggetto sono inseparabilmente mescolati.(..) Rivela un mondo dove l’assenza di un “terreno”, l’assenza di un “fondamento” possono divenire la base per comprendere che il vetusto ideale di oggettività e comunicazione (..) è una chimera. Nel nostro interesse dovremmo accettare pienamente la situazione di esistere in un mondo dove nessuno in particolare può vantare una migliore comprensione in senso universale. Una cosa è davvero interessante: che l’empirico mondo del vivente, che la logica dell’autoreferenza e l’intera storia naturale della circolarità indichino nell’etica – tolleranza e pluralismo, distacco dalle proprie percezioni e valori per fare spazio anche a quelli degli altri – il vero fondamento della conoscenza e anche il suo punto di arrivo. A questo punto le azioni sono più chiare delle parole.” (F. Varela “il circolo creativo: abbozzo di una storia naturale della circolarità” in La realtà inventata a cura di Paul Watzlawick”, Monaco,1981. Milano, 1988)

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Una Risposta to “Campus Rom”


  1. […] Campus Rom | Lorenzo Romito di Stalker/ON su CITYROM —> 12 aprile 2008 Pone un quesito: «Come uscire dal binomio campi di concentramento, baraccopoli–discarica che sembra ormai essere le uniche forme abitative ancora tollerate dalla nostra società per i Rom?» […]


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