Evitare le favelas a Milano

gennaio 10, 2008

di Stefano Boeri
Corriere della Sera, 20 novembre 2007

C’è una domanda che abbiamo dribblato, nei giorni scorsi. Giorni di efferati omicidi e di sgomberi, di ruspe e di ronde, di rabbia e emozioni. La domanda, preoccupante e spaventosa, è se saremo in grado di evitare che Milano diventi, come è già accaduto a molte metropoli nel mondo, una città di favelas. Le premesse perché nei prossimi anni ai margini di Milano si formino immensi agglomerati di catapecchie di lamiera ci sono infatti tutte. Centinaia di individui poveri — non solo rom, che ne rappresentano una assoluta minoranza — ogni giorno incrementano i campi di accoglienza e le baraccopoli. E questi flussi, come in Sud America o in Cina, sono per lo più composti da individui e famiglie che hanno tutti i diritti di abitare e muoversi nei nostri territori; che non possono essere fermati alle frontiere o espulsi. Individui che sono facilmente in grado di tornarvi anche se provvisoriamente espulsi, perché sono in buona parte membri della comunità europea e in alcuni casi addirittura cittadini italiani.
Si tratta, come accade nelle favelas di Rio o negli slums di Mumbay, per lo più di persone che riescono a trovare un’attività lavorativa per quanto in nero e mal pagata. E che per valorizzarla (spesso gli introiti vengono spediti ai parenti rimasti nel Paese natìo) scelgono di abitare, seppure in forme stabili e stanziali, in dimore fatiscenti e senza costo. Famiglie e individui di cultura, religione e provenienza diverse, ma accomunati da un disperato bisogno di un tetto dove dormire, radunare la propria famiglia, recuperare le forze spese in un lavoro faticoso e spesso pericoloso. Se dunque vogliamo evitare che gli slums prendano piede attorno a Milano, come sta già de facto avvenendo a Roma, abbiamo, io credo, una unica possibilità: superare le reazioni emotive e capire come costruire rapidamente un sistema policentrico di luoghi di prima accoglienza distribuiti su tutto il territorio comunale.
Spazi di piccole e medie dimensioni che accolgano al massimo 30 famiglie, oppure fungano da erogatori di servizi per l’integrazione di chi abita ancora negli accampamenti. Un sistema di isole di accoglienza e di servizio che eviti le grandi concentrazioni e segua la formula già sperimentata con successo da situazioni come la Casa della Carità: chi vi accede rispetta alcune regole fondamentali di convivenza; accetta che l’ospitalità sia temporanea; è disposto seguire un percorso di regolarizzazione entro le (ancora oggi insufficienti) offerte dell’edilizia residenziale pubblica a carattere sociale; può usufruire di servizi di mediazione per l’integrazione scolastica e di sportelli per il collocamento nel mercato del lavoro. Se, seguendo queste linee, Milano potrà nei prossimi anni incarnare un modello nuovo per l’integrazione di migliaia di nuovi cittadini poveri e senza fissa dimora è perché, diversamente dalle altre città italiane, Milano unisce oggi nel suo territorio quattro fondamentali risorse.
È una città che lungo i suoi bordi ospita un articolato numero di strutture dimesse, abbandonate o fatiscenti (dalle cascine agli edifici terziari, alle piccole industrie) molte delle quali di proprietà pubblica. È una città dove non mancano occasioni per creare delle forme di coesione sociale legate al lavoro e all’imprenditorialità diffusa (pensate a cosa sarebbe un grande progetto di coinvolgimento delle comunità locali nel sistema della moda e del tessile). È una città dove l’associazionismo e la mediazione sociale hanno raggiunto una diffusione formidabile e sfaccettata. È una città abitata da istituzioni bancarie, fondazioni, imprese, che sono oggi disposte ad investire in un serio progetto di integrazione, basato un programma chiaro di investimenti e di impegni di gestione. Credere che, in previsione dell’Expo, Milano sappia rilanciare quella grande e nobile politica di generosità sociale che cento anni fa la portò a costruire istituzioni di accoglienza e formazione come l’Umanitaria non è un sogno. E’ anzi una necessità, se vogliamo evitarci un futuro di favelas e slums. Altre strade, non si danno.

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